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Gruppi di parola: un aiuto per i figli dei separati
Cosa sono i gruppi di parola per figli di genitori separati, come funzionano e perché aiutano i bambini a dire ciò che spesso tengono dentro.
Generata con AI
Indice
I figli, durante e dopo una separazione, spesso non hanno le parole per dire cosa provano. A volte le tengono nascoste apposta, per non far preoccupare mamma e papà.
I gruppi di parola per figli di genitori separati nascono proprio per questo: dare ai bambini uno spazio tutto loro, dove poter dire quello che di solito non dicono. In questo articolo vi spiego cosa sono, come funzionano davvero e perché possono fare la differenza nel modo in cui vostro figlio attraversa questo momento.
Cosa sono i gruppi di parola
Il gruppo di parola è un intervento breve e di gruppo, pensato per i figli di genitori separati o divorziati. Non è una terapia e non è una cura: è uno spazio di prevenzione, dove i bambini incontrano altri coetanei che stanno vivendo la stessa esperienza e scoprono, spesso con sollievo, di non essere gli unici.
Il metodo arriva dal Canada ed è stato introdotto in Italia nel 2005 dalla Dott.ssa Costanza Marzotto, psicologa e mediatrice familiare dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Da allora si è diffuso in servizi pubblici, privati e del terzo settore in tutta Italia.
L’idea di fondo è semplice: dopo una separazione i bambini hanno bisogno di nominare le loro paure, fare domande e trovare parole per ciò che sentono. Quando riescono a farlo in un contesto protetto, guidati da un conduttore, tornano a casa con qualche strumento in più per dialogare con i genitori.
A chi si rivolgono e come si svolgono
I gruppi di parola si rivolgono soprattutto ai bambini tra i 6 e gli 11 anni, con versioni pensate anche per i ragazzi più grandi. Ogni gruppo è piccolo — di norma dai 4 ai 6 bambini — proprio per garantire ascolto e spazio a ciascuno.
Il percorso è breve e strutturato: quattro incontri di circa due ore, a cadenza settimanale. Attorno agli incontri con i bambini si costruisce anche un lavoro con i genitori, con un momento informativo iniziale e un incontro di verifica a distanza di qualche settimana.
Per partecipare serve il consenso di entrambi i genitori. Non è un dettaglio burocratico: è il primo messaggio che il bambino riceve, cioè che mamma e papà, pur separati, sono d’accordo nel dargli questo spazio ed è già un piccolo grande passo.
Cosa succede durante gli incontri
Nei gruppi di parola non si “interroga” nessuno. Si lavora attraverso i linguaggi che i bambini conoscono meglio: la parola, ma anche il disegno, il gioco e la scrittura. Un bambino che non riesce a dire “ho paura che papà non torni” magari lo disegna e da lì si apre un dialogo, motivo per il quale collaboro con un’arteterapeuta.
I temi arrivano da soli: dove dormirò, di chi è la colpa, posso continuare a voler bene a tutti e due, cosa dico ai miei amici. Sono domande che i bambini spesso non osano fare a casa, per paura di ferire un genitore. Nel gruppo, invece, trovano altri che se le fanno.
Uno degli obiettivi più importanti è restituire ai figli la sensazione di poter parlare liberamente, senza dover proteggere gli adulti. L’ultimo incontro prevede un momento con i genitori, in cui i bambini possono mostrare o raccontare qualcosa di ciò che hanno elaborato, attribuendo il progetto all’intero gruppo.
Perché aiutano davvero
Quando un bambino tiene tutto dentro, il disagio trova altre strade: malesseri, difficoltà a scuola o cambiamenti di stati d’animo.
I gruppi di parola non risolvono la separazione e non tolgono il dolore — sarebbe disonesto prometterlo. Aiutano il bambino a sentirsi meno solo, a capire che non è colpa sua e che ha il permesso di stare bene con entrambi i genitori. Ripristinano un dialogo che il conflitto tra adulti a volte interrompe.
Nel mio lavoro accompagno i genitori nel percorso di mediazione familiare, mentre i gruppi di parola si occupano dei figli. Infatti, spesso è proprio durante la mediazione che i genitori si rendono conto di quanto anche i bambini abbiano bisogno di un loro spazio.
Non sostituiscono il ruolo dei genitori
Voglio essere chiara su un punto: il gruppo di parola non è un modo per “delegare” a qualcun altro il compito di parlare con i figli. Al contrario, funziona meglio quando i genitori restano presenti e disponibili all’ascolto.
Se notate in vostro figlio segnali che vi preoccupano in modo persistente — chiusura, cambiamenti di umore profondi, cali importanti a scuola — un gruppo di parola può essere un primo aiuto, ma valutate anche il confronto con un professionista della salute mentale dell’età evolutiva. Ogni bambino ha i suoi tempi e le sue reazioni.
Se volete saperne di più o scrivermi per un primo confronto, sono a disposizione.
Domande frequenti
A che età si può partecipare a un gruppo di parola?
Il modello classico è pensato per bambini dai 6 agli 11 anni, l’età in cui iniziano a comprendere la separazione ma faticano ancora a metterla in parole. Esistono adattamenti anche per i ragazzi più grandi pensati per gli adolescenti.
Il gruppo di parola è una terapia?
Assolutamente no. È un intervento breve e preventivo, non terapeutico. Serve ad accompagnare i bambini in un momento di cambiamento.
Serve il consenso di entrambi i genitori?
Sì, ed è un requisito importante. La partecipazione richiede che entrambi i genitori siano d’accordo: è il segnale che, pur separati, condividono l’interesse per il benessere del figlio.
Quanti incontri sono previsti?
Di norma quattro incontri di circa due ore, a cadenza settimanale, con momenti dedicati anche ai genitori prima e dopo il percorso.